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(ENGLISH below)

Questo Blog nasce come parte di un progetto per la tesi di Laurea dopo un periodo di studi presso la Háskóli Íslands di Reykjavik.

Partendo dal presupposto che “l’abbandonarsi completamente ad una storia è probabilmente una delle più importanti forme d’esperienza per l’uomo, dal momento che si conoscono poche culture che non gli tributino grande importanza*” l’obiettivo è quello di indagare come il cinema islandese e le sue storie vengano percepite da audience di diversa matrice culturale. Quali sono i processi cognitivi che portano uno spettatore ad identificarsi con una storia, a capirne il contesto e ad apprezzarla? Come tali processi sono influenzati dal bagaglio culturale dello spettatore, dalle sue aspettative e pregiudizi, dalla sua appartenenza a determinati contesti culturali ed etnici. Quali sono le ragioni che portano gli autori a raccontare determinate storie e gli spettatori ad ascoltarle? In sostanza perché si fa cinema e perché si val al cinema? Per semplice business da una parte e diletto dall’altra? Ma il business e il diletto sono sempre e solo business e diletto o nascondono implicazioni socio-culturali molto più complesse?

Il blog si presenta quindi come uno strumento per analizzare la percezione degli spettatori in rapporto a particolari film del panorama Islandese che verranno proposti; i lettori e spettatori saranno invitati a commentare i post nell’intento di creare un dibattito guidato che sveli alcuni aspetti della percezione in un ottica di ricerca antropologica ed etnografica sui processi cognitivi.

In un contesto globale, il cinema, oltre ad essere un’arte e un mezzo per la narrazione è anche un’industria, che oltre ad avere specifiche esigenze di produzione ha anche specifiche esigenze di distribuzione che vanno inevitabilmente ad influenzare e modificare quella che sarà la storia finale presentata al cinema. In questo sistema che prende in considerazione i tre attori principali dell’universo Cinema, autori, spettatori ed industria, si esaminerà come il cinema islandese affronta un’audience nazionale e un’audience internazionale e come i diversi background culturali culturali influiscono sui processi cognitivi che portano all’interpretazione e riscrittura della storia nella mente dello spettatore. Infine sotto il profilo socio-culturale dopo aver indagato gli effetti che hanno determinate storie su determinati spettatori si prenderà in considerazione il Cinema come vettore di comunicazione per il dialogo interculturale in quanto risulta essere una “tecnologia sociale grazie a cui una cultura modella gli individui”**.

Il tutto verrà trattato in un’ottica di indagine antropologica ed etnografica sull’universo cinema.

A questo punto ci si potrebbe chiedere il perché venga preso in considerazione proprio il cinema islandese, una realtà tanto piccola quanto sconosciuta. La risposta è molto semplice: andando al di là di un inspiegabile amore irrazionale per l’Islanda c’è la volontà di uscire dal main stream ed esplorare quello che è un cinema relativamente nuovo che si affaccia alla scena mondiale con tutti i problemi relativi al “piccolo” che si trova ad affrontare quello che Lyotard definisce il carattere violento dell’occidente*** che sopprime ogni particolarismo culturale a favore di un’omologazione globale o come più poeticamente viene definita dal regista islandese Dagur Kari: globalizzazione dei Sogni****.

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This Blog born as part of a final thesis project after a period of studies at the Háskóli Íslands in Reykjavik.

Assuming that the “completely surrender to a story is probably one of the most important forms of experience for humans, since we know few cultures that did not tribute a huge importance to it*”, the goal is to investigate how Icelandic cinema and his stories are perceived by audiences from different cultural background.

What are the cognitive processes that lead a viewers to identify theirself with a story, understanding its context and appreciating it? How these processes are influenced by the cultural background of the viewers, by his expectations and prejudices and by its belongings to certain cultural and ethnic backgrounds. What are the reasons which lead the authors to tell certain stories and audiences to listen it?

Basically why we makes movies and why we go to the cinema? Simple for business and pleasure? But business and pleasure are always and only business and pleasure or conceal more complex socio-cultural implications?

So, this blog is presented as a tool to analyse the perception of the audience in relation to particular Icelandic films that will be propose; readers and viewers will be invited to comment the posts in order to create a guided discussion that reveals some aspects of perception from a point of view of anthropological and ethnographic research on cognitive processes.

In a global context, a film, besides being art and a medium for storytelling is also an industry that in addition to having specific requirements of production also needs distribution that inevitably is going to influence and change what will be final story presented to the cinema. In this system that takes into consideration the three main actors of the universe Cinema: authors, audiences and industry, we will examine how the film deals with the Icelandic national audience and with an international audience and how the different cultural backgrounds cultural influence the cognitive processes lead to the interpretation and rewriting of the story in the mind of the viewer.

In the end, under a socio-cultural gaze, after having investigated the effects that led particular stories on certain spectators I will consider cinema as a means of communication for dialogue between cultures as it appears to be a “social technology through which specific culture shapes individuals’ **.

All this will be discus in a perspective of anthropological and ethnographic survey on the Cinema Universe.

At this point you might ask why is taken into account just the Icelandic cinema, a reality as small as unknown. The answer is very simple: going beyond an inexplicable and overwhelming love for Iceland’s, there is the willingness to leave the main stream cinema and explore what is a relatively new cinema, that looks at the world stage with all the problems of “small enterprises” which is facing what Lyotard defines “the violent character of the West” *** that abolish all cultural particularism in favour of the global approval, or as more poetically defined by the Icelandic director Dagur Kari: the globalization of Dreams ** **.

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